La donna che cancellava i ricordi di Brian Freeman incipit

La donna che cancellava i ricordi di Brian Freeman incipit

Editore: Piemme

Pagine: 384

Uscita: 24 marzo 2011

INCIPIT DEL LIBRO

File di luci rosse si accesero come lampadine natalizie, lungo le cinque corsie in direzione ovest del ponte tra San Francisco e Oakland Bay. Erano gli stop di decine di auto. Sessanta metri sopra le gelide acque di Yerba Buena Island, clacson, botti e frenate di un tamponamento a catena trasformarono la strada in un parcheggio. Centinaia di pendolari stanchi capirono che non sarebbero arrivati presto da nessuna parte. Spensero i motori, presero in mano gli smartphone e si disposero all’attesa.

Lucy Hagen, intrappolata nella corsia più a destra, andò in panico. Pugni stretti, unghie premute nei palmi. «Oh, merda, merda, merda» mormorò, chiudendo gli occhi. «Non quassù.»

La sua amica Brynn, al volante della Camaro cabrio con la capote abbassata, le diede un colpetto su una gamba. «Dai, va tutto bene.»

Ma non andava bene per niente.

Lucy odiava i ponti. Se avesse potuto evitare di attraversarne uno per il resto della sua vita, lo avrebbe fatto con gioia. Ma viveva a San Francisco: acqua dappertutto e per andare da qualsiasi parte c’era un ponte da oltrepassare. Il Richmond Bridge, il Bay Bridge, il San Mateo Bridge, il Dumbarton Bridge. Il Golden Gate. Quando poteva prendeva il BART, il treno urbano che svolgeva servizio di trasporto celere nell’area della baia, ma spesso non aveva altra scelta che avventurarsi sulle alte campate di qualche ponte, per arrivare dove era diretta. I ponti erano i suoi nemici.

«Puoi provare a cambiare corsia?» chiese a Brynn.

«Che differenza vuoi che faccia?» sospirò l’amica.

Erano imbottigliate. Le auto intorno riempivano ogni spazio. Brynn spense il motore della Camaro, ma lasciò accesa la radio, battendo i pollici sul volante al ritmo di Do It Again, cantata dagli Steely Dan. La situazione non la preoccupava affatto. Lucy, invece, stava vivendo il suo peggiore incubo, bloccata su un ponte a pochi centimetri dal parapetto e da una terrificante caduta in acqua.

Erano le undici di sera. Refoli di nebbia ondeggiavano come fantasmi nel buio, tra i cavi del ponte. Dalla gigantesca bretella in alto, punteggiata di luci bianche, si dipartivano cavi lunghissimi verso la torre principale. Fischiava un vento freddo e feroce. Il ponte ondeggiava leggermente sotto l’auto, ricordandole costantemente che era sospesa in aria, intrappolata. Una patina di sudore freddo le si formò sulla pelle ed ebbe uno spasmo involontario, come una scossa elettrica.

«Quelli della manutenzione devono arrampicarsi lassù per sostituire le lampadine» disse Brynn, indicando il cavo di sospensione che saliva. «Quello sì che mi fa paura. Non mi piacerebbe fare un lavoro del genere.»

«Piantala, Brynn.»

La sua amica ridacchiò. «Questo sarebbe proprio un brutto momento per il Big One» disse, riferendosi al grande terremoto che prima o poi avrebbe colpito la California.

«Ti ho detto di smetterla. Per favore. Non è divertente.»

«Scusami» disse Brynn, stringendole una mano. «Per te deve essere davvero brutto, eh?»

«Orribile.»

«Dovresti parlare con la mia psichiatra.»

«Sarebbe inutile. Tutto è inutile.»

«Guarda che lei è molto brava. Mi ha aiutato, con il mio problema. Di cosa hai paura, esattamente? Credi che il ponte crollerà, o qualcosa del genere?»

«No» disse Lucy.

«Allora cosa?»

«Brynn, non voglio parlarne, va bene?»

L’amica alzò una mano in segno di resa. «Va bene, rilassati. Ne usciremo presto. Alzo il volume della musica.»

Dalla radio partì a tutto volume Bennie and the Jets, di Elton John, che coprì almeno in parte il ruggito del vento.

Lucy sapeva benissimo che la maggior parte delle persone non erano turbate dai ponti. Erano in tanti, imprigionati su quella striscia di acciaio e cemento in alto sopra la baia, e non ci facevano neanche caso. Guardò le altre auto. Dentro una Lexus accanto a loro, un uomo latrava in un telefono cellulare; il ritardo lo irritava, ma niente di più. Molti scrivevano messaggi, i pollici volavano sulle tastiere. In un furgoncino qualcuno guardava un film sul dvd player del cruscotto: era Inside Out, lo riconobbe subito.

Era solo un normale rallentamento del traffico in California.

Poi Lucy sentì che la sua bocca si seccava. Allungando il collo per guardare dietro, vide una Cutlass nera dai vetri oscurati, a tre corsie di distanza. Era sporca e ammaccata. L’aveva notata solo perché proprio nel momento in cui si era voltata, il finestrino di quell’auto si era abbassato a metà. La notte era buia e le luci dentro l’auto erano spente. Eppure, per un attimo, riuscì a scorgere un viso dietro quel finestrino.

No, non un viso. Una maschera.

Bianca, con un sorriso enorme e grottesco, incorniciato da labbra rosso ciliegia. Gli occhi erano sfaccettati come quelli di una mosca. Il mento formava una V acuta e la fronte bianca aveva ossa esagerate che si allungavano fino a metà del cranio. Una parrucca di capelli neri pendeva da entrambi i lati della maschera. Il viso mascherato le sorrise.

«Merda!» esclamò Lucy.

Brynn le lanciò un’occhiata. «Cosa c’è?»

«Quell’uomo! Guarda!»

Brynn si voltò a guardare. «Non vedo niente.»

COMMENTO INCIPIT

Fobie dei ponti e assurdi uomini mascherati imbottigliati nel traffico! Un po’ assurdo ma perché no, qualcosa di interessante può accadere!

GIUDIZIO INCIPIT

 

 

 

Precedente My dilemma is you di Cristina Chiperi abbandonato Successivo Shadowhunters Città di ossa di Cassandra Clare abbandonato

Lascia un commento

*