Cecità di José Saramago recensione

Cecità di José Saramago recensione

Editore: Feltrinelli

Pagine: 288

Uscita: 25 febbraio 2013

TRAMA

In un tempo e un luogo non precisati, all’improvviso l’intera popolazione diventa cieca per un’inspiegabile epidemia. Chi è colpito da questo male si trova come avvolto in una nube lattiginosa e non ci vede più. Le reazioni psicologiche degli anonimi protagonisti sono devastanti, con un’esplosione di terrore e violenza, e gli effetti di questa misteriosa patologia sulla convivenza sociale risulteranno drammatici. I primi colpiti dal male vengono infatti rinchiusi in un ex manicomio per la paura del contagio e l’insensibilità altrui, e qui si manifesta tutto l’orrore di cui l’uomo sa essere capace. Nel suo racconto fantastico, Saramago disegna la grande metafora di un’umanità bestiale e feroce, incapace di vedere e distinguere le cose su una base di razionalità, artefice di abbrutimento, violenza, degradazione. Ne deriva un romanzo di valenza universale sull’indifferenza e l’egoismo, sul potere e la sopraffazione, sulla guerra di tutti contro tutti, una dura denuncia del buio della ragione, con un catartico spiraglio di luce e salvezza.

RECENSIONE

Ci sono libri che acquisto sull’onda di commenti entusiasti ma dei quali rimando la lettura perché troppo spesso i libri maggiormente osannati si rivelano delle grandissime delusioni. Potrei fare tantissimi esempi ma non è di questo che vorrei parlare perché mi allontanerei da ciò che mi preme dire: Cecità di José Saramago non solo meritava tutti i commenti entusiasti ma si è rivelato per me una lettura tra le migliori degli ultimi anni. È il primo libro che leggo di questo autore e la curiosità di conoscere altre sue opere è fortissima.

Lo stile in cui Cecità è stato scritto inizialmente non mi convinceva, come per l’autore Kent Haruf (qui la recensione di Le nostre anime di notte) l’assenza di punteggiatura per delimitare i dialoghi mi ha spiazzata e infastidita, insieme alla mancanza di punti interrogativi nelle domande. Dopo qualche pagina, addentrandomi nella storia, mi sono resa conto che questo stile senza fronzoli e abbellimenti è invece perfetto per immergersi in questa storia che parla di persone che perdono misteriosamente la vista, immerse in uno scenario distopico in cui non ci è dato di conoscere di preciso il luogo e il tempo. Seguire le loro vicende con il minimo della punteggiatura da la sensazione di brancolare nel bianco della pagina come i protagonisti. Travolgente. Anonimi come il bianco in cui sono immersi i protagonisti si trovano ad affrontare insieme questa esperienza insieme senza utilizzare i loro nomi ma venendo contraddistinti anonimamente dalla loro professione o dall’aspetto che l’oculista, uno dei protagonisti, ricorda di loro.

In questo nuovo mondo ingiusto e misterioso il gruppo protagonista vaga utilizzando tutta l’umanità che ancora possiede per non abbandonarsi alla meschinità del mero istinto di sopravvivenza, per conservare nonostante tutto la dignità umana.

L’indifferenza generale delle persone e delle istituzioni, gli accadimenti violenti e le scene di cruda ferocia mi hanno colpita molto. Nonostante spicchino dei personaggi che agiscono in maniera feroce o spregevole non sono riuscita a provare per loro completo disprezzo perché l’autore lascia trapelare anche la loro fragilità. Ciò che trapela è che ognuno dei personaggi sta vivendo una sua personale tragedia alla quale reagisce come può, secondo la propria natura. Il gruppo protagonista conserva la sua umanità e decenza nonostante l’ambiente ostile in cui si trova, ma mi chiedo quanto influisca in questo la presenza della moglie dell’oculista che essendo l’unica ad avere conservato la vista li guida e si prende cura di loro con dedizione ed altruismo. Quanto la presenza di una sola persona dotata di vista, capace di percepire la realtà che ci circonda può influire sul percorso fisico e spirituale di un gruppo di fragili persone che hanno fede in essa?

Questo pensiero mi è sovvenuto con l’arrivo nel gruppo di un nuovo elemento: il cane delle lacrime. Lui, essere di puro istinto ed emblema della fedeltà, sceglie subito di seguire la moglie dell’oculista comprendendo che in lei c’è qualcosa di diverso sul quale poter contare. È quindi lei l’eroina del libro, la speranza alla quale tutti si aggrappano per poter dare ancora un senso alla loro esistenza. Il conforto dalle brutture e violenze della vita è da cercarsi quindi in chi riesce a vedere, non nella religione. Nella scena in cui la moglie dell’oculista si rifugia in chiesa tutte le immagini e le statue erano state bendate. Tranne la statua di Santa Lucia alla quale gli occhi non erano stati coperti perché li aveva sopra un vassoio d’argento: offerti per l’umanità.

VALUTAZIONE

Precedente Novità in libreria maggio 2017

Lascia un commento

*