Canto della pianura di Kent Haruf incipit

Canto della pianura di Kent Haruf incipit

Editore: NN Editore

Pagine: 301

Uscita: 19 novembre 2015

INCIPIT DEL LIBRO

A Holt c’era quest’uomo, Tom Guthrie, se ne stava in piedi alla finestra della cucina, sul retro di casa sua, fumava una sigaretta e guardava fuori, verso il cortile posteriore su cui proprio in quel momento stava spuntando il giorno. Quando il sole ebbe raggiunto la sommità del mulino a vento, l’uomo rimase a guardare la luce che si faceva sempre più rossa sulle alette di acciaio e sulla coda, alte sulla piattaforma in legno. Dopo un po’ spense la sigaretta, salì al piano di sopra, passò oltre la porta chiusa dietro la quale lei giaceva a letto al buio nella camera degli ospiti, addormentata oppure no, e percorse il corridoio fino alla stanza a vetrate sopra la cucina, dove c’erano i due ragazzi.

Era una vecchia veranda adibita a camera da letto, con finestre senza tende su tre lati, un aspetto aperto e arioso e il pavimento in legno di pino. Stavano dormendo ancora, nello stesso letto all’altro capo della stanza, sotto le finestre che guardavano a nord, accoccolati benché l’autunno fosse appena iniziato e non facesse ancora freddo. Era un mese che dormivano nello stesso letto e in quel momento il maggiore aveva una mano posata sulla testa del fratello come se sperasse di scacciare qualcosa che minacciava entrambi. Avevano nove e dieci anni, capelli castano scuro, volti lisci e guance ancora pure, dolci come quelle di una bambina.

All’improvviso fuori casa si alzò un vento da ovest che fece ruotare la coda del mulino a vento, le pale iniziarono a girare con un ronzio rosso, poi il vento si calmò e le pale rallentarono fino a fermarsi.

Ragazzi, fareste meglio a muovervi, disse Guthrie.

Fermo in accappatoio ai piedi del letto, li guardò in faccia. Un uomo alto, con i capelli neri che si stavano diradando e gli occhiali. Il maggiore dei due ragazzi ritrasse la mano ed entrambi si rintanarono ancora di più sotto le coperte. Uno dei due sospirò sereno.

Ike.

Che c’è?

Forza.

Eccoci.

Anche tu, Bobby.

Si mise a osservare fuori dalla finestra. Il sole era più alto, la luce iniziava a scivolare lungo la scaletta del mulino a vento, la illuminava, tingeva i pioli del colore dell’oro rosa.

Quando guardò di nuovo verso il letto, dai loro volti mutati capì che i ragazzi erano ormai svegli. Ripercorse il corridoio, passò davanti alla porta chiusa ed entrò in bagno, si fece la barba, si sciacquò il viso e tornò nella camera da letto sul davanti, le cui alte finestre dominavano Railroad Street, prese dall’armadio camicia e pantaloni, li posò sul letto, si tolse l’accappatoio e si vestì. Quando fu di nuovo in corridoio, li sentì parlare in camera loro, voci sottili e chiare, stavano già discutendo, prima parlava uno, poi l’altro, a intermittenza, voci concrete di ragazzini nel primo mattino, quando gli adulti non li sentono. Scese al piano di sotto.

Dieci minuti dopo, quando i ragazzi entrarono in cucina, era davanti al fornello, stava preparando le uova strapazzate in una padella di ghisa nera. Si girò per guardarli. Loro sedettero al tavolo di legno vicino alla finestra.

Stamattina non avete sentito il treno, ragazzi?

Sì, disse Ike.

Allora vi sareste dovuti alzare.

Be’, disse Bobby. Eravamo stanchi.

Dovreste andare a letto, la sera.

Noi andiamo a letto.

Ma non vi mettete a dormire. Vi sento laggiù che parlate e fate i pagliacci.

Fissarono il padre con i loro occhi blu identici. Sebbene avessero un anno di differenza, avrebbero potuto essere gemelli. Si erano messi blue jeans e camicia di flanella, i capelli scuri spettinati ricadevano identici sulle fronti lisce. Aspettavano seduti la colazione e sembravano ancora mezzi addormentati.

Guthrie portò in tavola due spessi piatti di uova fumanti e toast imburrati, li posò e i ragazzi spalmarono la marmellata e cominciarono subito a mangiare in modo meccanico, masticando chini sui piatti. Portò in tavola anche due bicchieri di latte.

Rimase in piedi a guardarli mentre mangiavano. Stamattina devo andare a scuola presto, disse. Tra un minuto vado.

Non fai colazione con noi? disse Ike. Smise un attimo di masticare e lo guardò da sotto in su.

Stamattina non posso. Attraversò di nuovo la stanza, mise la padella nell’acquaio e la sciacquò.

Come mai devi andare a scuola così presto?

Devo vedere Lloyd Crowder per parlare di una persona.

Chi sarebbe?

Un ragazzo del corso di Storia americana.

Cos’ha fatto? chiese Bobby. Ha copiato il compito in classe da qualcuno?

Ancora no. Per come si sta comportando, sono sicuro che lo farà presto. Ike pescò qualcosa dalle sue uova e lo mise sul bordo del piatto. Alzò di nuovo lo sguardo. Ma papà, disse.

Che c’è?

Mamma non scende neanche oggi?

Non so, rispose Guthrie. Non so dire cosa farà. Ma non dovete preoccuparvi. Provateci, andrà tutto bene. Voi non c’entrate niente.

COMMENTO INCIPIT

Il libro merita sicuramente di essere letto e ha un incipit delizioso. Kent Haruf ha il potere di farmi provare immediata empatia con suoi personaggi. Il suo stile semplice è inconfondibile. Sono sicuramente ignorante io a non apprezzare la tecnica ma i dialoghi scritti senza virgolette o punteggiatura per segnalarne l’inizio e la fine non mi piacciono per niente, non posso farci nulla.

GIUDIZIO INCIPIT

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